La prima tappa alla tragica corsa al cielo, la caduta di un tabù che pareva impossibile per un essere vivente: allontanarsi, in vita, dal campo gravitazionale terrestre.

 

Icaro avrebbe volato ancora. Il 12 ottobre 1957, il presidente dell’U.R.S.S. , Krusciov, annunciò che in quella data sarebbe stato lanciato nello spazio lo Sputnik 2. Per la prima volta, a bordo di una capsula, avrebbe trovato posto una forma di vita.

Per coronare questo ambito miraggio, un essere vivente, in questo caso una cagnolina di nome Laika, era stata la prescelta “vittima sacrificale” ; sì, una forma di vita avrebbe oltrepassato i confini dell’immaginario umano, valicato il cielo ma, come Icaro, non sarebbe rientrata indenne.

Laika era una meticcia, presumibilmente dell’età di 2 anni (alcune agenzie informative riportano l’indicazione 5 anni); venne prescelta tra i tanti cani randagi raccolti per le vie di Mosca ed assieme ad altri due di uguale provenienza, Muska e Albina, entrò a far parte del progetto Sputnik2.

In realtà “Laika” non era il suo nome: venne così chiamata in Europa, per convenzione e facilità di pronuncia, come Muttnik è il nome con la quale viene ricordata nei paesi anglosassoni (da mutt che in inglese significa bastardino e dal nome della capsula Sputnik); il suo vero nome era Kudryavka.

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Laika (continueremo a chiamarla così), Muska e Albina, cagnette particolarmente docili e minute, furono portate alla “città delle stelle”, Houston, i laboratori spaziali all’immediata periferia della capitale e sottoposte a tre mesi intensi di esperimenti e test. Uno di questi era “la centrifuga”, un apparecchio che simulava gli effetti dell’accelerazione gravitazionale ed il conseguente schiacciamento del corpo; a queste sollecitazioni, il cuore delle malcapitate veniva a battere con una accelerazione tre volte più rapida del normale; paura e fatica (pompare il sangue a quelle pressioni la portano) facevano il resto, mandando nel panico le cagnette, soprattutto Laika.

La scelta e l’odissea di Laika
Oggi abbiamo un racconto preciso e dettagliato di quanto accadde nei laboratori russi, racconto rilasciato nell’anno 2002 dal dott. Dimitri Malashenkov, dell’Institute for Biological Problems di Mosca.

Laika aveva, dice ora lo scienziato russo, una tendenza a soffrire di panico, pare che il suo cuore impiegasse più tempo, rispetto alle compagne, per ritornare a frequenze cardiache nella norma. Laika aveva comunque una caratteristica che fece pendere su di lei la scelta finale: la sua mitezza. Lo sputnik era una sonda alta appena m. 3,97 e con una base circolare del diametro di m 2,13. La cabina di Laika, posta alla base, era solo un terzo dello spazio disponibile, spazio che le permetteva di mantenersi solamente appena sdraiata o, al massimo, sollevata sulle zampe; la cabina conteneva inoltre tutta l’attrezzatura (veramente ridicola se paragonata a quella in uso oggi) per mantenere in vita l’animale (un ventilatore, un distributore di cibo, un assorbi-anidride carbonica e vapori, un termostato, un generatore d’ossigeno). Lo spazio angusto e le “spartane” condizioni, comportavano l’utilizzo di un cane molto tranquillo.

Per tutto il tempo dell’addestramento i cani vennero pian piano abituati a vivere in spazi sempre più angusti, legati a catene sempre più corte. Furono addestrati inoltre, per 3 settimane, a cibarsi di una speciale gelatina, unico cibo concesso, filtrato attraverso un beccuccio; il cibo caricato a bordo sarebbe bastato per un periodo molto limitato….l’animale infine prescelto, Laika, era destinato a morire, in un modo o nell’altro, prima del termine della missione.

Nulla fu dato al caso e tutti e tre i cani fecero la loro “parte”: Mushka (giudicata la più intelligente) fu colei che testò gli strumenti, Albina venne lanciata due volte (e recuperata per mezzo di un paracadute) per testare le risposte al decollo.

Quel 3 Novembre 1957 Laika, con in dosso una tuta munita di sensori per oscultarne il battito cardiaco e le funzioni vitali, partì per lo spazio, dalla base di Baikonur (base che verrà usata centinaia di altre volte ancora, fino ad oggi).

Qui la storia di Laika si tinge di giallo: le versioni su quando e come avvenne la fine di Laika sono le più svariate, l’ultima ci parla di un cane che, appena accesi i motori dello Sputnik 2, entrò nel panico, di una situazione psico-fisica disastrosa, di una fine che sopraggiunse molto rapidamente, dopo appena 4 orbite.

Il dott. Malashenkov racconta come, raggiunta la velocità orbitale stabilita, il ventilatore si guastò e la temperatura iniziò a salire, specie quando la capsula si trovava in posizione da ricevere i raggi del sole in modo diretto; il cuore pareva impazzito  e poi, in assenza di gravità, iniziò a fibrillare; un’agonia durata cinque ore. Mai nulla di tutto questo fu rivelato, il regime russo aveva sbaragliato gli Stati Uniti nella corsa allo spazio, lui a mandare il primo essere vivente, disposto a subire le critiche di animalisti e cittadini indignati per la crudeltà inferta a quel povero cane ma non disponibile a far trapelare l’insuccesso parziale dell’esperimento: Laika moriva perché così era stato decretato, non perché qualcosa era andato come non previsto .Laika vagò cadavere nello spazio per 6 mesi, il suo corpo effettuò 2.570 orbite, fino all’8 aprile 1958 quando rientrò in atmosfera, incendiandosi.

Si aprono le porte a missioni animali ed umane

Quello fu il primo di una lunga sequela di animali mandati nello spazio e non si aspettò di certo di aver trovato il sistema di recuperare il “viaggiatore” celeste: Oleg Gazenko, all’epoca direttore del programma russo per la spedizione di animali nello spazio, oggi dichiara che solo la lotta al tempo “giustificò” quanto accadde; il regime comunista l’imponeva ma sarebbe bastato aspettare un po’ di mesi e si sarebbe arrivati agli stessi risultati senza inutili torture.

Si era in piena era di contrapposizione tra le due super-potenze impegnate nella corsa alla conquista dello spazio interstellare. L’ U.S.A. e l’ U.R.S.S. cominciarono così ad effettuare una serie di esperimenti, sempre con animali, che dovevano culminare con la conquista dello spazio da parte di un uomo, cosa che avvenne, nel 1961, con Yuri Gagarin…

Una dura realtà? Un inevitabile sacrificio?

Animali sacrificati in nome del progresso scientifico, cavie per il raggiungimento di un sogno.
Addentriamoci dunque su quest’argomento per comprendere l’aspetto della “Sperimentazione animale”, vediamo di sentire quali sono le voci in campo, quali le ragioni e quali le argomentazioni sostenute sia dagli scienziati che, per contro, dagli animalisti.

Gli anni che videro l’incessante sacrificio di animali, lanciati a bordo di capsule, permisero, soprattutto con l’uso delle scimmie e degli scimpanzé, di ottenere dati importanti, quali le reazioni fisico-biologiche a fattori come l’accelerazione dei lanci, la mancanza di gravità, le reazioni comportamentali, l’esposizione ad alte temperature, alle radiazioni, le modificazioni biologiche e le funzioni vitali a carico del sistema circolatorio, della struttura ossea, del sistema nervoso; tutto al fine di preparare le successive missioni umane.

Gli animali reagivano molto male a tali viaggi: oltre al terrore e alle indiscutibili sofferenze dovute alla strumentazione medica, alle influenze spaziali e alla situazione logistica, venivano colti da vere e proprie forme di depressione.

Resta per quell’epoca un aneddoto significativo: Enos, lo scimpanzé della missione Mercury-Atlas 5, secondo quanto narrano i ricercatori coinvolti, al suo ritorno a Terra saltò letteralmente dalla gioia, agitando le braccia e correndo.

E per i cani ?
In questi animali la procedura consisteva nell’applicazione di sensori e, sempre stando alla voce degli scienziati, si ricavarono dati preziosi, utili esperienze da portare poi nei laboratori per le  necessarie modifiche alle varie strumentazioni di bordo.
Altri animali come topi, conigli, farfalle, api ed insetti di vario genere, amebe, meduse ecc… sono stati adoperati; persino una grande varietà di piante .

Gli esperimenti vertevano bene o male sugli stessi principi, ma anche su test di accoppiamento, sullo sviluppo di organismi embrionali e giovani in assenza di gravità, studi sull’esposizione alle radiazioni cosmiche, al vento solare…. Con gli anni, e l’era della privatizzazione, moltissime multinazionali farmaceutiche e non, numerosi centri di ricerca, hanno iniziato a “sborsare” milioni di dollari affinché il loro programmi scientifici venissero inclusi nelle varie missioni spaziali in partenza. Ambitissimo l’assicurarsi un posticino a bordo e, graditissima, da parte delle agenzie spaziali, questa forma di utilizzazione del proprio mezzo: una buona fetta dei fondi per l’astronautica arriva proprio da queste partecipazioni.  Si parla di esperimenti di tutti i tipi e nei campi di applicazione tra i più svariati. Dalla medicina, all’agricoltura alla cosmesi (in orbita è stato persino elaborato un nuovo profumo). In ogni caso si tratta di esperimenti che solo in quelle condizioni particolari di gravità potrebbero essere effettuati e molto spesso gli esseri viventi impiegati hanno subito contraccolpi notevoli tra il disappunto del personale di bordo impegnato a portare avanti gli esperimenti: piante decedute, animali morti o “impazziti”: una volta si narra come un gruppo di scimmiotti diede enormi grattacapi agli astronauti per la reazione emotiva avuta e si temette di subire contraccolpi per l’intera missione.

Gli animalisti ed un gruppo di ricercatori scientifici ritengono tutto ciò crudele,  eticamente riprovevole oltre che inutile ed ingiustificato.

Gli animalisti e l’opinione pubblica in genere puntano il dito sulle sofferenze e le torture subite e molti rispondono a tali obiezioni come, a volte, la scienza c’impone certe metodologie, che il sacrificio di un animale può salvare migliaia di individui.

Nel caso della sperimentazione medica è sempre vero?
Serve a qualcosa fare notare che un animale ha reazioni differenti dovute alla sua conformità fisiologica?
Che hanno un cuore diverso, organi diversi, metabolismo diverso….peso e massa muscolare diversi?

Sono eloquenti, in questo caso, gli esempi che riportano gli animalisti:

Studi sugli animali avevano previsto che i beta-bloccanti non avrebbero abbassato la pressione sanguigna. Come conseguenza di ciò il loro sviluppo fu bloccato. Persino i ricercatori che praticano esperimenti su animali hanno dovuto ammettere il fallimento di modelli animali al riguardo dell’ipertensione, ma nel frattempo ci sono state migliaia di vittime di ictus.

Il Flosint, un farmaco contro l’artrite, venne testato su topi, scimmie e cani; tutti tollerarono il farmaco molto bene invece, negli esseri umani, ha provocato dei decessi.

Esperimenti su animali suggerirono che l’uso dei corticosteroidi sarebbe stato di aiuto nel caso di shock settico, una grave infezione batterica del sangue. Gli esseri umani invece reagirono in modo differente. Questo trattamento aumentò i decessi causati da shock settico.

Ultimo caso, che la dice lunga e deve fare riflettere, è quello della penicillina…

Nonostante l’inefficacia della penicillina sui conigli, Alexander Fleming usò l’antibiotico su di un paziente molto grave dal momento che non aveva altro con cui provare. Per fortuna Fleming non fece i primi test su cavie o criceti perché la penicillina li avrebbe uccisi. Howard Florey, il premio Nobel a cui si co-attribuisce la scoperta della penicillina disse: “Fortuna che non si sono effettuati questi esperimenti sugli animali negli anni ’40 perché altrimenti la penicillina non avrebbe mai ottenuto una licenza e, probabilmente, l’intera gamma degli antibiotici non sarebbe mai stata realizzata.”

A detta quindi degli animalisti, nessun risultato si è ottenuto da potere essere considerato valido, e l’uomo è sempre stato in balia di valutazioni precarie, senza la certezza che cani deceduti per insufficienza cardiaca, scimmie e scimpanzé violentati fisicamente con installazioni di elettrodi, si siano sacrificati per una giusta causa…..

E nello spazio? Nello spazio si aggiunge, a tutto ciò, “l’innaturale” condizione: si è visto, e già ampiamente detto, come nello spazio gli animali sembrano rendersi conto della condizione contro natura e forse, oltre che a scompensi certamente emotivi, è proprio la differente realtà fisica a generare tutta una serie infinita di problematiche, di imprevisti che incidono negativamente.

Si è visto, monitorando gli astronauti, come numerosi e di vario genere siano gli sconvolgimenti biologici; puntualmente l’astronauta li segnala e da terra giungono le indicazioni farmacologiche che possono alleviare i disturbi di questi uomini (per quanto ci è permesso fare). Con l’animale tutto ciò è impossibile.

Su un articolo a firma Vittorio Zucconi su La Repubblica si leggono queste parole…

“Il 12 Aprile 1961, un essere umano dal coraggio ultraterreno, Yuri Gagarin, partì per l’ avventura della conquista dello spazio, sapendo che avrebbe potuto fare la fine della cagnetta Laika che l’aveva preceduto, e di tutti quegli animali che in nome di un sogno avevano seguito le stesse sorti, da un regime che trattava i cani come uomini e dunque gli uomini come i cani”.

La realtà dei viaggi spaziali è proprio questa: la vera, l’unica e sicura “cavia da laboratorio” per le tematiche spaziali e la conquista del cielo, per la possibilità che l’uomo viaggi al di fuori della terra sperimentando tutte le implicazioni che ciò può comportare, è l’uomo e solo l’uomo stesso. Dispiace constatarlo ma questa è la realtà. Astronauti come cavie, ne più e ne meno, gli unici che possono darci risposte certe ed attendibili.

Come reagisce un uomo alla forzata lontananza da Terra, come cambia il suo metabolismo nello spazio, la sua percezione sensoriale ecc…? Questo solo l’uomo può dircelo: l’uomo si adatta, reagisce attivando strategie psicologiche, assumendo farmaci che possono supportarlo…. E la donna? La grave osteoporosi che colpisce le donne nello spazio sembrava precludere definitivamente il cosmo al sesso femminile e, sulle pioniere dello spazio, sul loro fisico, si è giocato la carte del: tentiamo! E non solo…avvolti nel mistero restano gli scopi di coppie di coniugi nello spazio ed esperimenti post atterraggio su donne. Meriterebbe un intero articolo a se stante la storia di Valentina Tereshkova, la prima astronauta donna (russa, 1963) che subì dei contraccolpi fisici terribili durante la permanenza in orbita: già dopo tre giorni il suo fisico era in tilt, iniziò un processo di decalcificazione rapidissimo che durò un intero mese senza che alcun farmaco sembrasse riuscire a fermarlo; il tutto unito a continue emorragie. Valentina, tornata a terra, fu sottoposta a costanti controlli e, da quella esperienza, fisicamente, non si riprese mai totalmente. Inoltre sembra fu sottoposta a sperimentazioni eticamente discutibili.

Spesso pensiamo agli astronauti con lo spirito dei sognatori, vedendo in essi dei “privilegiati”, essi e solo essi possono vedere ciò che a noi non è concesso ma ciascun astronauta è un esperto di laboratorio nonché un vero laboratorio ambulante. Più prelievi giornalieri, a seconda degli esperimenti, di liquido salivale, ematico, urine, feci, liquido seminale in condizione di assenza o quasi di privacy, in situazione gravitazionale particolare, gli spazi stretti, la forzata immobilità, l’artificialità dell’ambiente, le radiazioni (ogni astronauta è come se fosse sottoposto a non meno di otto radiografie al giorno ecc..) e tanto altro ancora minano questi uomini tanto che le difese immunitarie crollano. E poi l’imponderabile, il guasto sempre in agguato, il problema esterno, e … avete mai riflettuto cosa accadrebbe in caso di epidemia a bordo? Esiste a tal proposito un vero a proprio piano NASA: non sappiamo le conseguenze di certe condizioni  (l’assenza di gravità, il drastico deficit immunitario) associato a certi virus. Si pensa mai a tutto ciò quando riflettiamo sugli uomini dello spazio?

Molti animali in nome di un sogno hanno avuto una sorte tremenda e, in nome non tanto di un sogno ma del dio denaro e della supremazia militare la razza umana continuerà ad uccidere e maltrattare milioni di animali.

GRAZIE UOMO ESSERE SUPREMO DEL PIANETA CHE STAI DISTRUGGENDO!

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